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Quando la forma diventa sostanza

La Psicologia del Lavoro ci insegna che il rendimento lavorativo non è sempre una variabile legata al singolo soggetto, ma è strettamente correlata ad altri fattori, tra cui il clima ed il funzionamento dell’ambiente lavorativo, inteso come sistema.

Un ramo particolare della Psicologia del Lavoro, la Psicologia Ambientale, si occupa dello studio degli spazi e della sistemazione di arredi, strumentazioni, postazioni, presenti sul luogo di lavoro.

Diversi studi hanno evidenziato l’enorme importanza che rivestono la componente “materiale” e quella “spaziale” dell’organizzazione dei luoghi di lavoro, nell’influenzare il rendimento lavorativo. Il livello di rendimento è infatti determinato da diversi fattori, tra cui non poca importanza riveste proprio il tipo di comfort che la postazione è in grado di garantire al lavoratore

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la salute non deve essere intesa come “l’assenza di uno stato patologico o assenza di malessere”, ma piuttosto come “un processo che punta al miglioramento e al mantenimento del benessere”. Quella che in senso ampio si può definire la “salute organizzativa” di un’azienda è quindi la capacità di un’organizzazione di aumentare la propria produttività, anche supportando il benessere psicofisico delle persone che lavorano al suo interno. Si ottiene quindi dal giusto connubio tra contesto lavorativo (ambiente fisico, mansioni, prospettive, obiettivi, ecc.) e qualità della vita lavorativa.

L’OMS ha anche stilato una serie di indicatori per valutare la salute organizzativa:
a) caratteristiche fisiche ed ambientali del luogo di lavoro;
b) riconoscimento e valorizzazione delle competenze;
c) grado di collaborazione;
d) reti comunicative e circolazione delle informazioni;
e) chiarezza degli obiettivi organizzativi,
sottolineandone la doppia valenza:
salute organizzativa e salute individuale sono strettamente collegate e quindi, prendendosene cura il vantaggio è globale.

Se siamo in dubbio sull’apportare o meno migliorie nei nostri ambienti lavorativi, siano essi un ufficio presidenziale, una postazione di call center o una cabina di verniciatura, ricordiamoci che non possiamo ragionare solo in termini di spesa. Stiamo infatti decidendo di fare un doppio investimento: il primo per il benessere dell’individuo e il secondo, come conseguenza diretta, per l’aumento della resa e della produttività dell’azienda.

Una scelta sulla forma quindi, ma non priva di sostanza!

Cristiana Clementi

La professione del dimostratore negli impianti di verniciatura

Nel nostro settore accade spesso che le innovazioni tecnologiche relative alle apparecchiature di verniciatura vengano enfatizzate su riviste specializzate o in accattivanti pubblicità dei produttori.

Un tempo invece, quando le apparecchiature elettrostatiche per l’applicazione di prodotti liquidi non erano così di uso comune, ad essere sotto i riflettori era la figura del dimostratore: i produttori di apparecchiature impiegavano infatti personale qualificato che, a fronte di prove comparative con i sistemi utilizzati dai clienti, si impegnava a dimostrare la validità delle nuove apparecchiature non solo con argomentazioni tecniche, ma esponendosi in prima persona mettendo in atto una vera e propria competizione pratica con il verniciatore del cliente. Questi era quasi sempre restio alle innovazioni, ritenendo che tutto ciò che era nuovo potesse sminuire le sue capacità di verniciatore e l’impresa quindi non era semplice. Si cominciava allora con il pesare il prodotto, prima e dopo la prova, confrontando poi il consumo dello stesso riscontrato dopo la verniciatura di un ugual numero di pezzi, stimando il tempo impiegato per la verniciatura dei manufatti, e valutando da ultimo l’aspetto finale del prodotto.

Tutto l’iter era documentato in un rapporto che veniva lasciato in copia anche al cliente, affinché questi non fosse influenzato nel valutare positivamente l’esito della prova solo da un fatto visivo o emotivo. Spesso il dimostratore non era un abile verniciatore, ma doveva garantire ai manufatti una finitura uguale a quella dei pezzi prodotti normalmente dall’operatore del cliente. Se i pezzi apparivano colati, con sopra spessori o altri difetti di verniciatura, la dimostrazione si rivelava un fallimento. Ed allora il dimostratore, dopo aver smontato l’impianto, mentre rientrava in sede, aveva tempo e modo di riflettere sul suo operato e, senza timore di mettersi in discussione, ripercorreva le varie fasi delle sue operazioni, per verificare dove avesse sbagliato.

Il fattore umano era allora preponderante: si contava molto sulle proprie capacità e la riuscita della prova era quasi un punto d’orgoglio.

Oggi invece, la sensazione è che la tecnologia abbia sollevato gli operatori dalla responsabilità della buona riuscita, affidandosi, per un perfetto funzionamento dell’apparecchiatura, esclusivamente a parametri predefiniti, ma un po’ spersonalizzanti.
Con il tempo quindi la figura del “vecchio” dimostratore è andata pian piano nell’ombra….

Un po’ di nostalgia per i vecchi tempi e per quel briciolo di cuore in più che ci si metteva?

Salvatore Rampinelli

Tecnologia e Uomo: un connubio possibile

Una delle caratteristiche principali della nostra Intelligenza Emotiva è la capacità di darci la giusta motivazione nelle cose che facciamo.

Nel contesto lavorativo la motivazione è contemporaneamente causa ed effetto del sentirsi coinvolto, autonomo, consapevole, responsabile, ma soprattutto (e non è poco!) soddisfatto del proprio lavoro.

In termini di risultati, è evidente che le prestazioni di un soggetto “empowered” (“rafforzato”) saranno di gran lunga superiori a quelle di chi lavora in assenza di stimoli, di interessi, di obiettivi gratificanti, e la sua attività oltre che poco performante sarà maggiormente soggetta a rischi di stress ed infortuni.

Da non trascurare quindi l’importanza del fattore umano in qualunque tipo di prestazione lavorativa.
Anche se apparentemente in un lavoro prettamente tecnico, come può essere quello delle varie figure presenti nel mondo della verniciatura, l’aspetto psicologico può sembrare estraneo, la sua valenza ha un grande peso: le motivazioni intrinseche con cui si lavora (desiderio di sperimentare situazioni nuove e difficili, ricevere gratificazione dai propri superiori, soddisfare le aspettative del cliente, eseguire un compito nel migliore dei modi, riuscire a ottenere la fiducia dei colleghi, ecc.) dovranno sempre essere accompagnate dalle motivazioni personali e abilità relazionali del soggetto lavoratore (capacità di rimanere motivati nel tempo, riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri, saper essere empatici nell’affrontare e risolvere i problemi, raggiungere una corretta austostima e fiducia in sé stessi, ecc.).
Solo con questi presupposti si riusciranno a coniugare tecnologia, innovazione, e progresso, senza rinunciare al contributo, personale e unico, che ogni Persona singolarmente può dare.

Cristiana Clementi

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