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Perché i maggiori pericoli non sempre fanno paura?

Come può accadere che un soggetto normalmente responsabile, accetti talvolta di correre un rischio elevato sul posto di lavoro?
In moltissime situazioni della vita quotidiana, un individuo non metterebbe mai in atto un comportamento che fosse altamente rischioso per la sua incolumità personale, ma questa necessità di auto-protezione non è sempre percepita allo stesso modo da parte di chi si mette al lavoro.

Ciò avviene perché nell’individuo convivono due forme di pensiero: quello controllato e quello automatico.
Applicando il primo, l’individuo pensa in modo razionale e consapevole.
Mettendo in atto il secondo invece, l’individuo usa tutta quella parte del pensiero che sfugge al suo controllo e adotta delle decisioni automatiche, ragionando in modo inconsapevole. Il rischio che si corre in questo caso è quello di cadere in distorsioni che non ci permettono, ad esempio, di avere una corretta percezione del rischio.

Un esempio riferito al nostro specifico campo di interesse, è quello che si verifica davanti ai così detti eventi invisibili, quelli che ci raffiguriamo con maggiore difficoltà, perché non sono di facile rappresentazione.
Nella vita quotidiana, l’esempio più calzante è quello della difficoltà a percepire i danni derivanti dal fumo.
Nel campo della verniciatura, si pensi invece alla pericolosità di solventi e diluenti, di pigmenti coloranti, di additivi di vario genere, tutti con elevate proprietà tossiche, i cui effetti però, in quanto non immediatamente e concretamente visibili, vengono percepiti con maggiore difficoltà e, di conseguenza, sono meno temuti.

È in casi come questo che una pericolosa sottovalutazione del rischio, può aumentare la probabilità che l’evento dannoso si verifichi.

Cristiana Clementi

Quelli del diluente nitro

Da un’esperienza sul campo.

Si è tanto scritto e detto in questi ultimi anni riguardo al contenimento delle emissioni in atmosfera di solventi organici volatili, relative ai prodotti vernicianti.
L’indicazione generale è stata quella di utilizzare prodotti all’acqua, prodotti alto solido, con un secco superiore al 60% in peso e, dove possibile, preferire l’applicazione di prodotti in polvere.
Ma, ancora oggi, una notevole fascia di utilizzatori deve impiegare vernici liquide, che a volte non possono essere a base acqua per motivi impiantistici, applicativi, o per esigenze specifiche di cicli che richiedono vernici a solvente.
Bisogna ricordare inoltre che, molto concretamente, per il contenimento delle emissioni in atmosfera non tutte le aziende possono sobbarcarsi la spesa di un post-combustore.
Da queste considerazioni, i formulatori di prodotti vernicianti si sono impegnati a produrre prodotti che, se applicati in modo corretto (come da schede tecniche fornite), consentono ai parametri relativi alle emissioni di essere rispettati.
Ma chi bazzica nei reparti di verniciatura, escludiamo alcuni settori (automotive e carrozzeria), spesso si imbatte in una realtà ben diversa. Spesso i verniciatori sono costretti a diluire i prodotti per una corretta applicazione: ed ecco che compare il solito diluente “nitro”, “che va bene un po’ per tutti i prodotti…”.
Non si considera che per le vernici impiegate, bisognerebbe utilizzare un diluente apposito, che il chimico ha formulato in una percentuale massima, da aggiungere al prodotto tal quale, fondamentale per il rispetto di alcuni parametri assolutamente importanti (es. punto di infiammabilità della miscela, percentuale di emissioni in atmosfera, ecc.): il problema è che forse costa troppo!
Diventa quindi preferibile utilizzare il solito nitro, senza ricordare, tra l’altro, che quando nasce una contestazione sul prodotto applicato, spesso la prima domanda che viene posta al verniciatore è: con che solvente ha diluito il prodotto?
…Attenti al nitro!!!!

Salvatore Rampinelli

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