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L’esperienza: una risorsa o un limite?

Il nostro cervello è un giocattolo meraviglioso, complicato e delicatissimo, che ci offre infinite opportunità. A volte però ci tende delle trappole, in cui noi inconsciamente cadiamo, perché non conosciamo i meccanismi con cui agisce e non siamo pronti a reagire opponendo ad essi le giuste resistenze.

Facciamo degli esempi.
Se dovessi chiedervi quale immagine vi evoca la parola fuoco, ciascuno di voi mi darebbe una risposta differente, legata alla singola esperienza che il termine gli ricorda. Le associazioni di pensiero potrebbero quindi essere: fuoco-paura, fuoco-calore, fuoco-falò sulla spiaggia, fuoco-caminetto/casa, fuoco-incendio, fuoco-passione e via dicendo. Ogni risposta è strettamente legata all’esperienza soggettiva di chi risponde. Questo accade perché il nostro cervello, essendo intelligente, è anche estremamente pigro e cerca di fare sempre meno fatica possibile per decifrare le informazioni che riceve. Quando deve decodificare una parola o un’immagine, interpreta quello stimolo richiamando per primo alla memoria il significato che già conosce. Va a ripescare quindi nell’esperienza soggettiva. (In gergo tecnico queste strategie, che sono delle vere e proprie scorciatoie mentali che il cervello attua, si chiamano euristiche. In particolare, quella citata è l’euristica dell’ancoraggio).

Ma perché ho parlato di trappole? Perché l’esperienza soggettiva, se a volte indubbiamente ci aiuta e ci rassicura, a volte può trasformarsi in un limite. Quando ci troviamo nella necessità di risolvere un problema (si pensi ad esempio alle numerose problematiche che si verificano nel funzionamento e nella conduzione di un impianto) siamo automaticamente portati a tentare di risolverle in base alla nostra esperienza pregressa. L’utilità di questa prassi è fuori discussione, ma il pericolo in agguato è quello di rimanere imbrigliati nei nostri schemi mentali e non riuscire ad inquadrare il problema da un’ottica diversa, che esiste sempre e comunque. Attenzione quindi a riflettere prima di agire, interrogandosi sempre sulla possibilità che esista un diverso modo di intervenire per la risoluzione del problema. E soprattutto quando le soluzioni sembrano non esserci, proviamo a “scuotere” il nostro cervello dalla sua innata pigrizia, per non ritrovarci poi a dover dire… “ah, se ci avessi pensato prima!”.

Cristiana Clementi

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